
Redazione
Dalla rivista Un Servizio d’Amore, dicembre 2025, anno XXXVI n. 2 — pagine 14, 15.
All’inizio dell’atto di fede c’è la Grazia divina e l’adesione libera dell’uomo a Dio: si tratta del consenso personale che, in maniera libera, l’uomo deve dare alla vicenda storica di Gesù Cristo, morto e risorto. La fede cristiana si caratterizza, quindi, come il sì dell’uomo a Dio in Gesù Cristo e, conseguentemente, è proprio Lui -il Signore Gesù- a determinare la forma e la struttura dell’atto di fede. A tal proposito è opportuno rimarcare il passo in cui l’autore della lettera agli Ebrei delinea l’atteggiamento del credente servendosi dell’immagine di chi volge lo sguardo ad un altro e si orienta verso di lui. Il testo così s’esprime: “… tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento.
Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore l’ignominia, e siede alla destra del trono di Dio” (Eb 12,2). Qui, insieme alla descrizione del credente colto come colui che è rivolto al Signore, ci viene anche consegnata la totalità dell’Evento cristiano: Gesù morto e risorto, alla destra del Padre, ossia la pienezza dell’atto di fede. Per introdurre in modo conseguente il tema della conversazione -“Io credo, noi crediamo”- ci fermiamo sulla prima parte del passo appena citato della Lettera agli Ebrei. In esso siamo invitati a guardare a Gesù considerato come Colui che dà origine e porta a perfezione la fede.
E, proprio in quanto origine e compimento della fede, Gesù è in grado di dare forma interiore ed esteriore alla fede. Tenere fisso lo sguardo su di Lui, da parte del credente, significa considerare e far proprio il modo in cui Gesù proponeva la fede a coloro che incontrava e a quanti si rivolgevano a Lui poiché, attraverso tale modalità, si delineano le stesse caratteristiche della fede. È indicativa la frase che troviamo alla fine di un breve ma significativo testo di Pierre Rousselot intitolato” “Gli occhi della fede e divenuto un classico della teologia del XX secolo. Leggiamo: “Abbiamo insistito a sufficienza sul ruolo degli indizi estrinseci … Ciò che manca alle prove sono piuttosto le intelligenze, e si può riprendere qui ciò che sant’Agostino dice commentando la pagina evangelica: Niente è privo di significato, in ogni cosa c’è riferimento; basta, però, saperlo cogliere” (P.
Rousselot, Gli occhi della fede, Milano 1977, pag. 106). Muoviamo, però, con ordine dall’inizio e quindi dal primo incontro di Gesù con Andrea e Giovanni, sulle rive del fiume Giordano. Alla domanda dei futuri apostoli, Gesù risponde in modo inatteso. Noi non avremmo risposto così. Gesù, infatti, invita e coinvolge. La sua risposta va al di là della domanda che gli è stata posta: “«Rabbì -che, tradotto, significa Maestro-, dove dimori?». [E Gesù] Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio” (Gv 1, 38-39). Gesù non risponde alla domanda ma, piuttosto, coinvolge i suoi interlocutori proponendo loro un’esperienza di vita.
Gesù esorta i futuri discepoli con parole essenziali: “Venite e vedrete”. In maniera semplice ma reale, egli propone – fin dal primo incontro – il nucleo iniziale della Chiesa. La risposta di Gesù è un invito; anzi, è l’invito a rimanere con Lui, poiché solamente attraverso tale incontro si farà chiaro, in loro, che cosa cercavano e cosa avevano tentato d’esprimere con la loro domanda iniziale: “Maestro, dove dimori?”. Abbiamo detto come il nucleo primordiale della Chiesa appaia già all’inizio della narrazione evangelica; i primi discepoli, infatti, sono chiamati a rispondere all’invito di Gesù e tutto avviene, subito, in modo comunionale e comunitario.
Emerge così che Gesù, nei suoi incontri, non mira a un rapporto individuale ed esclusivo ma, piuttosto, considera ciascuno nella sua capacità relazionale con Dio e con il prossimo. Egli pone, così, uno “spazio” d’incontro e di comunione tra sé e gli interlocutori; un “luogo” in cui non solo non si esclude il prossimo ma, al contrario, se ne considera la presenza come essenziale. Nell’incontro è Gesù a condurre, personalmente,
gli eventi e qui già appaiono, in modo chiaro, i caratteri comunitari dell’atto di fede. Certo, la fede è e rimane atto personale ma, insieme, è un atto che strutturalmente ci lega gli uni agli altri. Il credere, per i discepoli, non è un gesto individualistico e che si pone in solitudine: non siamo noi, da soli, a credere ma crediamo con gli altri e, con loro, partecipiamo di un comune sapere. Ora -come già sul piano meramente umano- il prossimo, con la sua semplice presenza e con l’apparire del suo volto, diventa richiamo dell’Altro e all’Altro, ossia richiamo di Dio e a Dio. Così, in pari tempo, il credente, nel rispetto e nell’accoglienza del prossimo qualunque esso sia, manifesta e dichiara il suo aprirsi all’Altro, cioè a Dio.
Il fatto che la persona sia strutturalmente in relazione si ripercuote sul piano della natura ma anche sul piano della grazia perché gratia supponit naturam. La fede con cui accogliamo la salvezza che ci viene offerta da Dio, come possibilità gratuitamente data, chiede di essere vissuta in una comunità che si costituisce, proprio, a partire da Gesù di Nazareth e intorno a Lui. Tale comunità vive nel tempo, è garantita dalla successione apostolica ed ha come suo contenuto la fede degli Apostoli. Gli Apostoli sono coloro che hanno fatto l’esperienza irripetibile di Gesù -l’autore e il perfezionatore della fede- attraverso una vera e reale comunione di vita con Lui.
I vangeli concordano nel testimoniare che Gesù, tra i suoi discepoli, ne scelse Dodici: “Salì poi sul monte -Marco annota l’Evangelista-, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli -, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni. Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro, poi Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè «figli del tuono»; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda Iscariota, il quale poi lo tradì” (Mc. 3,13-19).
La Chiesa, ovviamente, non si riduce al Ministero apostolico ma in alcun modo può prescindere da esso. Vi è la Chiesa, dove è presente la successione apostolica e che, attraverso la sua continuità, è garanzia e legame con la fede degli Apostoli. Attraverso la successione apostolica, quindi, troviamo la fede degli Apostoli, che è il sentire intimo della tradizione apostolica e che, appunto, è garantita attraverso una ininterrotta successione. La Tradizione apostolica è riconosciuta tale poiché fedele alla testimonianza dei Dodici e così la Tradizione veicola l’insegnamento degli Apostoli, ossia la comunione con il pensiero di Gesù; ancor più esattamente, con tutto quanto Egli ha detto e ha fatto.
In questa logica appare estremamente significativa la testimonianza di Ireneo di Lione che si colloca a circa 160 anni dalla morte e risurrezione di Cristo. Troviamo tale affermazione nell’opera più importante del Vescovo di Lione: l’Adversus Haereses, in cinque libri. Ireneo – ed è un fatto rilevante – appartiene alla generazione immediatamente successiva a quella apostolica, nacque – secondo una lettera di Fiorino tramandata da Eusebio – intorno all’anno 107 d.C. a Smirne, in Asia, ed è lui stesso che attesta d’essere stato educato nella fede dal Vescovo di Smirne, Policarpo, il quale, a sua volta, era stato formato alla scuola dell’Apostolo Giovanni.
Ecco, qui di seguito, la testimonianza di Ireneo: “Da giovane vidi Policarpo che fu educato dagli apostoli e visse con coloro che avevano visto il Signore” (Ireneo di Lione, Adversus Haereses, III, 3). Questa testimonianza di Ireneo è avvalorata dallo storico della Chiesa, Eusebio di Cesarea, nella sua Historia Ecclesiastica (cfr. Eusebio, Historia Ecclesiastica, IV, 14). I principi a cui ci si riferisce sono la successione apostolica e l’ortodossia della fede di cui garante ultima è la stessa Chiesa – l’organismo dello Spirito Santo – preposta alla trasmissione della fede in Gesù Cristo il Signore. Si tratta di principi che non sono elaborati a tavolino e nulla hanno da spartire con intellettualistiche elucubrazioni teologiche.
Essi, piuttosto, provengono dalla Chiesa che li vive e, soltanto in un secondo momento, li esprime o – come si usa dire in ambito teologico erudito- li “tematizza”. Si tratta, quindi, di testimonianze reali che appartengono allo stesso vissuto della comunità ecclesiale. Ricordiamo la testimonianza di Papia, vescovo di Gerapoli, che si trova nella Historia Ecclesiastica di Eusebio di Cesarea -uno fra maggiori storici dell’antichità cristiana- che, a sua volta, la riprese da Ireneo di Lione. Ireneo – nell’Adversus Haereses (al V libro)- afferma che Papia fu tra coloro che conobbero gli Apostoli o, meglio, almeno uno: Giovanni. Stando, infatti, alla testimonianza di Ireneo di Lione, Papia fu discepolo di Giovanni e compagno di Policarpo.
La testimonianza di Papia è significativa in rapporto a quanto detto sull’ortodossia della dottrina garantita dalla successione apostolica e secondo il principio della tradizione. Il Vescovo di Gerapoli infatti – nei frammenti della sua opera – “Spiegazione dei detti del Signore”- così s’esprime: “… se in qualche luogo mi imbattevo in qualcuno che avesse convissuto coi presbiteri, io cercavo di conoscere i discorsi dei presbiteri: che cosa disse Andrea o che cosa Pietro o che cosa Filippo o che cosa Tommaso o Giacomo o che cosa Giovanni o Matteo o alcun altro dei discepoli del Signore. Poiché io ero persuaso che ciò che potevo ricavare dai libri non mi avrebbe giovato tanto quanto quello che udivo dalla viva voce ancora superstite” (Frammenti di Papia di Gerapoli, II, 3-4 in Eusebio, Historia Ecclesiastica, II, 39).
Si può parlare, quindi, del principio della Tradizione che emerge dalla vita stessa della Chiesa, partendo dalla realtà della successione apostolica e dall’ortodossia della fede che si evince dalla conformità con quella apostolica. Tutto – ed è un punto determinante – si regge a partire dalla Chiesa che non è mai solo opera di uomini ma opera di Dio. La Chiesa è prima di tutto, ed essenzialmente, l’organismo dello Spirito Santo. A tal proposito il pensiero di Roma